mercoledì 14 marzo 2018

Nasce V COME MAMMA

Carissimi amici e Carissime amiche,

questo post per dirvi che il blog si è rifatto il look!
Quale look vi chiederete, che ad osservarlo bene sembra sempre lui?!
Tranquilli non soffro di allucinazioni, sono solo molto felice ed orgogliosa di presentarvi "V COME MAMMA", l'evoluzione di "Si può fare: 25anni&2bebè" dove potrete continuare a leggermi e seguirmi.

NO PANIC!
Nessun contenuto andrà perduto: su "V COME MAMMA" troverete tutti i post che ho scritto dal 2012 insieme a quelli nuovi, che piano piano pubblicherò.

Sono passati sei anni, da quando ho aperto il blog come diario per raccontare le mia vita di giovane madre alle prese con due bambini quasi gemelli, che aveva appena perso il lavoro, proprio perché incinta, ma aveva tanta speranza e sogni nel cassetto.  
Da quel giorno ad oggi molte cose sono cambiate, il blog non racconta più solo le mie disavventure di mamma, ma parla di Veronica come donna, professionista, amante di unicorni e del colore rosa pastello.

Nel 2016 ho pensato che fosse arrivato il momento di dare una sistematina al blog, di renderlo più fruibile ed organico, di creare un logo ed un immagine coordinata che rispecchiassero la Veronica di oggi senza dimenticare e/o cancellare il percorso che mi ha portato fino a qui.
"V COME MAMMA" è il  frutto di un lavoro durato quasi due anni: analisi, ricerche, bozze, proposte, accelerate, rallentamenti, revisioni, entusiasmo, fatica e gioia del lavoro di un team composto da me e altre due persone meravigliose, che mi hanno accompagnato in questo viaggio che ha portato a realizzare il nuovo blog.

La sto facendo lunga, bando alle ciance!
Ecco a voi "V COME MAMMA"

Vi aspetto sul nuovo blog!

lunedì 19 febbraio 2018

Ci hanno insegnato a piangere


Provo ad osservarmi e ad ascoltarmi quando piango. Ogni volta che lo faccio mi domando: “Perché piangi?” e le risposte sono sempre le stesse. Piango perché sono arrabbiata e perché sto male, di un dolore che spacca l’anima e il cuore.
Il pianto mi libera.
Il pianto mi mette in connessione con gli altri.
Il pianto mostra la mia vulnerabilità e fragilità.
Il pianto mi aiuta a conoscere le emozioni.
Ho capito che per me è facile accettare la felicità, frequente sperimentare la paura, alienante provare la tristezza e difficile gestire la rabbia.

La rabbia io la vivo e la tocco quotidianamente sia che mi trovi nel traffico sia che stia discutendo con una persona. La rabbia per me è qualcosa di incontrollabile, che molto spesso sfocia in pianto soprattutto quando sto discutendo con qualcuno che mi fa sentire subordinata, quando in una discussione non trovo spazio per argomentare e più in generale tutte le volte che mi sento schiacciata. In tutte queste occasioni la mia ira diventa lacrime e singhiozzi incontrollabili che arrivano improvvisamente, indipendentemente da chi ho di fronte, prendono il sopravvento e vengono letti dagli altri come debolezza. Molto spesso gli da la chiave di accesso per affondare ancora di più il colpo.

Sono trent’anni che piango di rabbia, che non la canalizzo e non la faccio diventare energia proficua e produttiva. Sono trent’anni che nelle discussioni non riesco mai a posizionarmi come vorrei. Sono sempre sbilanciata.
Mi vedo alle elementari quando un giorno la bambina con cui giocavo sempre mi ha detto “da oggi non gioco più con te, scelgo lei”. Ho pianto in classe di rabbia e non sono stata in grado di dirle “peggio per te, chi ci perde sei tu, stronza”. Sarebbe stato più costruttivo, liberatorio e meno doloroso.
Mi vedo alle superiori quando i miei mi dicevano che avevo sbagliato scuola, che avevo scelto male, che non era per me il liceo. Ho pianto di rabbia, perché volevo essere incoraggiata, amata e sostenuta nelle difficoltà. Avrei voluto dirgli ci sono, guardatemi ed invece per tutti i cinque anni ho dimostrato che potevo farcela. Ce l’ho fatta, ma se avessi dato voce alla mia rabbia le mie azioni avrebbero avuto sicuramente un altro sapore.
Tutte le volte che discuto con chi amo, con le persone a cui voglio bene e sono sfastidiata, la mia rabbia sale e piango. Le persone a volte si fermano perché provano pena, mentre altre continuano finché non mi riducono a nulla proprio perché gli porgo il fianco.
Tutte le volte che i miei figli non apprezzano quello che faccio per loro, che mi dicono “che schifo questa cosa che hai cucinato” oppure “tu non mi vuoi bene”, la rabbia vince, piango e do il peggio di me, insegnando loro che piangendo di rabbia si può far sentire in colpa l’altro, che è l’unico modo per  gestire questa emozione, per stoppare una discussione e per far sì che gli occhi dell’interlocutore si posino su di noi.

Se mi comporto così e, molte donne come me lo fanno, è perché l’ho visto fare, perché qualcuno prima di me l’ha fatto e me l’ha insegnato. A partire da quelle stupidissime protagoniste dei cartoni giapponesi anni ’90.
Io vedo mia figlia, ogni volta che è incazzata piange, di un pianto isterico. 
Mi spaventa la sua modalità perché è la stessa mia. Io vorrei, invece, che lei impari a dar voce alle sue emozioni, anche alla rabbia e a posizionarsi nelle relazioni in maniera paritaria.

La rabbia ha il suo linguaggio che va scoperto e comunicato. Non è mai troppo tardi per cominciare.
Albert Mehrabian sostiene che il 55% dei messaggi comunicativi è dedotto secondo il linguaggio del corpo: gesti, mimica facciale e posture.

Cosa comunica il mio corpo quando piango di rabbia?
Mi sono osservata e non mi sono capita. Tutta questa rabbia interna e il mio corpo che dice tutt’altro. Nel mio pianto di rabbia tendo a farmi più piccola, più esile di quello che sono. Mi chiudo, incrocio le braccia ed abbasso gli occhi dialogando con me stessa, dicendomi quello che vorrei dire ma non riesco.
Ho provato recentemente ad allargare le braccia, posandole sui fianchi, ad alzare lo sguardo e a tenere gli occhi aperti. Ho provato a prendermi il mio spazio ad occuparlo, a far capire che sono attenta nella discussione e che ho da dire qualcosa.
La mia voce quando piango di rabbia non è una voce: sono urla soffocate. Ho deciso che non serve urlare, che non serve lasciare appigli per scaardinarmi ancora. Voce ferma e spiegazioni. Le urla alimentano solo la rabbia e non portano alla risoluzione del conflitto.
E’ una fatica bestiale se per tutta la vita tu hai conosciuto il pianto per gestire la rabbia ed un conflitto. Fatichi perché non ti appartiene, perché l’altra modalità è più facile da mettere in pratica, ma è estremamente sconveniente per un solo e semplice motivo: ti ritroverai sempre in una condizione di sudditanza rispetto a chi hai di fronte.

Impariamo ad occupare il nostro spazio nel mondo, nelle discussioni, a catalizzare la rabbia verso forme costruttive e soprattutto insegniamo alle nostre figlie che devono essere pari, aumentiamo la loro autostima insegnandogli la funzione catartica e liberatrice del pianto, insegniamogli che le emozioni correttamente gestite aiutano a vivere meglio  e che la rabbia non va chiusa in un pianto ma gli va data la possibilità di parlare perché questo ci rende libere.




martedì 23 gennaio 2018

Nonostante tutto


"Se ti amo, non va bene.
Se ci sono, non (ti) va bene.
Se non ci sono, non (ti) va bene".

Il mio orecchio cattura questi SE traducendoli in:
"Nell'eventualità che ti amassi, non ti starebbe bene.
Nell'eventualità che ci fossi, non ti starebbe bene.
Nell'eventualità che non ci fossi, non ti starebbe bene comunque".

Mi chiedo se l'amore si dia sotto condizione.
E' così che si esprime l'amore: con i periodi ipotetici, i dubbi e le esitazioni?

Siamo sette miliardi nel mondo, è vero.
Amiamo ognuno a modo nostro, è vero.
Esistono sette miliardi di modi diversi di amare, è vero.
Ma l'amore con il Se non rientra fra questi.

Il se condisce un amore che tanto amore non è, maschera un rapporto di scambio basato sulla quantità, sui numeri.

Per me esiste soltanto "l'amore nonostante tutto".

Nonostante tutto quello che avrebbe potuto o dovuto impedire qualche cosa e tuttavia non l'ha impedito o non lo impedisce:

"Ti amo, nonostante tutto.
Ci sono, nonostante tutto".









domenica 31 dicembre 2017

Annabelle

Un giorno ho chiamato tuo papà e gli ho chiesto: “ti piace il nome Annabelle?”
“Annabelle?”
“Sì, Annabelle”
É stato un po’ zitto poi ha detto si. Ma era un sì poco convinto. Io lo conosco il tuo papà.
“Non ti piace?”
“No é che per me ormai si chiama ...”
Poi siccome ha capito che ero io ad esserci rimasta male mi ha detto: “secondo nome?”
“Secondo nome”, ho risposto sorridendo.

Ma tu Annabelle non sei arrivata, ti abbiamo perduta.

Non scorderò mai gli occhi di tuo papà quando mi ha detto la prima volta “io sono sicuro e tu sei convinta?”
È stato un attimo e le nostre anime si sono connesse.
Ci hai regalato un sogno, che abbiamo coltivato, cercato, sperato ma di cui ora non parliamo nemmeno più.

Nel mio cuore ci sei piccola Annabelle: tanto e sempre, come le parole del tuo papà “io ci penso sempre a lei”, che però ora sono anch’esse relegate chissà dove.

Abbiamo sempre pensato che tu fossi femmina, ogni volta non immaginavamo altro che una bambina con il taglio dei miei occhi ed il colore di quelli del papà. 

Sei stato il sogno più bello del mio 2017, in cui ho riposto tante speranze per una vita migliore.


Ti amo mia piccola Annabelle.

giovedì 28 dicembre 2017

il giorno dopo



Nelle nostre vite ci sono sempre i giorni dopo: ci sono i giorni dopo in cui ti senti pieno felice e carico, quelli in cui sei incazzato nero, quelli apatici, quelli in cui senti i reumatismi dei bagordi e poi ci sono quelli in cui senti tutti gli schiaffi (simbolici) che hai preso, giusti o meno che siano.
Questi ultimi sono difficili da affrontare, sono quelli in cui ti ritrovi a piangere, vorresti urlare ma non sei capace, non vuoi alzarti dal letto ma ti viene da vomitare, provi a metabolizzare le sberle prese. Giorni in cui i pensieri viaggiano, le domande ti affogano e ti chiedi se abbia un senso starci in questo mondo.
Ti chiedi seriamente se non sia meglio scomparire: un pensiero tanto forte quanto vigliacco, anche se richiede una buona dose di coraggio.

C'è speranza?
E mentre il tuo cervello sta per rispondere No, senti in lontananza le voci dei tuoi bambini: la speranza ha il nome dei tuoi figli ed il loro profumo quando mangiano i biscotti.

Piangerai tutte le lacrime del mondo e quando non ce ne saranno più, capirai che è il momento di iniziare a cambiare. Non importa a quale condizione, devi provare a fare di tutto per avere una vita senza rimpianti. Soprattutto per dimostrare prima a te stessa che non sei quella che dipingono e che vali tanto, più della superficie che la gente riesce a vedere e a giudicare.

I cambiamenti costano lacrime, tagli e sacrifici, ma migliorarsi dà la possibilità di aprire nuovi percorsi per vivere meglio ed imparare a stare al mondo.
Il punto è proprio questo: scegliere che realtà vogliamo, che vita vogliamo, che amore vogliamo dare.
L'amore non è un sentimento, ma una decisione: si decide di amare. Il sentimento è l'innamoramento, un sentimento mutevole, destinato a finire.
Sta poi a noi scegliere la vita che vogliamo senza ancorarci nel passato, senza farci schiacciare dal giudizio delle persone ne trovando sempre negli altri il male delle nostre vite.

Siamo fatti per cose grandi, nonostante le avversità.




















lunedì 6 novembre 2017

Sull'Amore - Lettera a Mia figlia

Cara Marghi,
stamattina ti ho accompagnata a scuola e siamo state in silenzio per tutto il viaggio, immerse nei nostri pensieri. Chissà a cosa pensavi, ti guardavo dallo specchietto retrovisore mentre osservavi il mondo dal seggiolino attraverso un finestrino.
In quel momento ho pensato che avrei voluto parlarti dell'Amore, ma non sapevo come affrontare l'argomento, da dove iniziare, mi venivano in mente mille cose che andavano organizzate secondo un filo logico e mentre provavo a dargli un ordine mentale siamo arrivate a scuola.
Non mi rimane perciò che scriverti queste righe che spero leggerai quando sarai grande e che ti possano essere utili, se e quando ne avrai bisogno.

Che cos'è l'Amore Marghi? Intendo l'Amore fra un uomo e una donna o una donna e una donna. Ecco la mamma non sa risponderti in maniera precisa, con una definizione.
Penserai che sia una pazza a volerti parlar d'Amore e non avere le cose ben chiare.
Vorrei solo provare a dirti quello che io ho capito di ciò che noi umani chiamiamo Amore.

Mia piccola Marghi, mi chiedo sempre che cosa sia l'Amore e se io sia in grado di Amare. Spero che te lo chiederai anche tu, perché l'Amore non è una cosa statica, a cui si arriva e ci si ferma. L'Amore è dinamico, cambia, richiede nuove energie, allenamento e tanta tanta resistenza. Domandarselo significa non fermarsi, interrogarsi, alimentare e sperimentare questo Amore.

Vorrei cominciare con il regalarti una frase con cui mia nonna ha cresciuto mia mamma, mia zia e me, le uniche donne della famiglia in un mondo di maschi. "Ragazze ricordatevi quello che è per voi non ve lo toglie nessuno". Ecco Marghi, sappi che per te in questo mondo ci sarà e c'è già  un ragazzo o una ragazza, un uomo o una donna che è per te, che incontrerai, anche attraverso percorsi impervi, e capirai che è la persona destinata a te, perché ti guarderà come qualcuno e non come qualcosa. In questo mondo Marghi, molti sono quelli che ti guarderanno come qualcosa, qualcosa da bramare, da prendere ed usare, e una volta usata ti dimenticheranno. Diffida da questi sguardi bambina mia,  perché sono fatti di emozioni superficiali, di desideri carnali, che possono riempire all'istante, ma che causano molte ferite e non sono la strada della felicità. A desiderare siamo capaci tutti, ad Amare meno.
Non cedere, ribellati e rispondi a chi ti vuole solo perché sei bella.
La tua bellezza va custodita, non svenduta e ricordati sempre che è un dono. La bellezza come ti è stata data ti può essere anche tolta e in quanto dono va custodita. La tua bellezza d'aspetto e d'animo sarà colta, capita ed amata dall'unica persona che è stata pensata per te. Lo capirai perché saprà arrivare dove nessuno si è mai spinto, toccando le corde più profonde del tuo animo facendole vibrare.
Fatti bella per te tesoro ed amati, se non sei in grado di amarti non potrai amare pienamente qualcuno.

L'Amore poi non coincide con l'innamoramento, l'innamoramento è una fase, in cui si va a mille, in cui le emozioni ed i sentimenti prevalgono, in cui tutto è semplicemente fantastico, senza sbavature, la storia perfetta con qualche piccolo litigio che si risolve in breve tempo. Tutto questo ha una fine, l'innamoramento è una curva discendente che tende ad appiattirsi ed è quando siamo in questa fase che iniziamo a metterci a nudo, a scoprire che magari ci sono delle storture, dei lati un po' oscuri in chi abbiamo scelto. Se hai capito che è la persona giusta per te, ricordati che devi sempre negoziare con lui/lei. Non dare niente per scontato, non accettare ciò che non vuoi, non stare in silenzio per quieto vivere. Discuti, litiga, ma trova il compromesso per uscire da ciò che non ti fa stare bene, ascoltando l'altro e le sue esigenze, trovando la soluzione che si confà alle parti. Negoziare è un modo concreto di Amare, è uno strumento per non lasciar andare chi ami, per costruire e custodire.
Negoziare non vuol dire imporre, ricordatelo bene. Presuppone una grande capacità di ascolto e di autocontrollo.

Vorrei poterti dire che l'Amore fa sorridere e riempe il cuore, ma ti illuderei, l'Amore può fare anche molto male, procura ferite, fa versare lacrime, fa sentire parti del corpo che pensavi non potessero provare dolore. Senti tutto Marghi, provale le emozioni positive e negative, sperimentale, perché fortificano e ti faranno capire ciò che vuoi e quello che non vuoi, ciò che ti fa stare bene e quello che ti fa stare male. Da ogni sofferenza uscirai migliore. L'Amore cara mia è anche un percorso di dolore, che scomoda molto.
Marghi, l'Amore non ha zone di comfort, non startene lì comoda ad osservare: non serve a nulla! Serve solo ad arroccarsi su qualcosa che porta  ad appiattirsi. Esci sempre dalla tua tana e rischia, rischia per Amore, infrangi anche le regole se serve, ma non accomodarti mai. Accomodarsi è la fine dell'Amore. L'Amore scomoda e tu scomodati sempre per alimentarlo, non sederti mai, corri sempre la tua corsa, con il passo che ritieni giusto, ma non smettere mai di correre.

L'Amore Marghi, non ha ricette, non esiste una ricetta standard che va bene per tutti. Ognuno costruisce la propria in cui gli ingredienti principali sono i due protagonisti. La vostra ricetta sarà unica come unici/uniche sarete voi due.

Infine Marghi, guardati intorno ed osserva chi abita il mondo. L'Amore si impara osservando chi si ama: basterà guardare due ragazzi che si baciano appoggiati ad una ringhiera che da su un lago per capire l'Amore.
L'Amore è fatto di gesti, anche di parole a cui però devono seguire fatti concreti.
Per trovare la persona giusta per te, passerai per diversi percorsi e persone, che ti daranno degli indizi per farti arrivare a chi è destinato a te. Potrai illuderti di aver trovato la persona della tua vita e la realtà ti ripagherà prendendoti a ceffoni. Rialzati Marghi e continua il tuo percorso: gli occhi che ti vogliono guardare come qualcuno aspettano te e solo te. Devi solo aver il coraggio di cercare, lottare, sperimentare, Amare senza riverse e rischiare, rischiare tanto e tutto.
Buona Vita amore di Mamma.

La tua Mamma sconquassata :-)

Ps. Ricordati che ci sarò sempre per te.



lunedì 30 ottobre 2017

Come sarebbe stato se.

Mamma qualche giorno fa mi ha fatto trovare due scatoloni con degli oggetti per mio figlio.
Dopo averli caricati in macchina mi ha detto: "dentro ci trovi anche le foto della laurea".
Non ho avuto il coraggio di guardare quelle foto fino a qualche giorno fa.
Sono foto di un giorno importante, in cui i miei sogni ed i miei piani per il futuro hanno iniziato a vacillare
Quel giorno sognavo un 110 che non è mai arrivato. E' stata dura per me ricevere un 108.
Tutti mi dicevano "non c'è differenza Vero, sono solo due punti".  Per me la differenza la facevano  proprio quei due punti. Ho vissuto quel 108 come se non fossi stata in grado di raggiungere una vetta.
Le foto che ho riguardato dopo sette anni ritraggono me nell'attesa della proclamazione con un volto trepidante, come se aspettassi quel risultato tanto ambito. In quelle dopo, invece ho la faccia di chi sta per andare ad un funerale. Si percepisce la delusione che ho nei miei confronti.
Per i giorni ed i mesi successivi ho vissuto con il pensiero che ci fosse in me qualcosa di sbagliato. Come se fossi da meno rispetto a chi a quel 110 c'era arrivato.Trovavo ingiusto che la fatica di aver studiato e lavorato insieme, per non gravare sulla mia famiglia, non fosse stata ricompensata nel modo che io ritenveo più giusto.

La vita con i suoi tempi e le esperienze che regala, mi ha permesso di capire che non sono un 110, nè tanto meno un 108, ma una persona non identificabile con voto: non sono quello che gli altri mi appiccicano addosso.
Questo l'ho capito dopo anni: ora che la vita ha demolito piani ed aspettative.
Non è facile da accettare che non siamo una valutazione.
C'è sempre un "se" malato che condiziona i nostri pensieri, le nostre riflessioni ed azioni.
Quando i miei piani, le prospettive future di studio e lavoro che tanto sognavo ed agognavo, sono state spazzate via da qualcosa di più grande che chiamiamo vita, ho iniziato a domandarmi "come sarebbe stata la mia vita se?".
Che vi assicuro è molto peggio del crucciarsi per un 110.

Come sarebbe stata la mia vita se avessi studiato fuori?
Come sarebbe stata la mia vita se non avessi studiato e lavorato?
Come sarebbe stata la mia vita se a quel bambino avessi detto no? Li avrei mai fatti dei figli?
Come sarebbe stata la mia vita se avessi fatto la specialistica?
Come sarebbe stata la mia vita se avessi fatto esperienze all'estero?
Come sarebbe stata la mia vita se non mi fossi sposata? Se avessi continuato a convivere?
Questi e molti altri come e molti altri se hanno attanagliato il mio pensiero ed il mio modo di agire per anni.

Sono caduta in un loop in cui guardavo al mio passato con rimpianto, provando invidia per chi seguiva il percorso canonico della vita, mentre io a 25 anni mi ritrovano fra pannolini, lavori da cercare, casa da gestire, conti da fare e domande a cui rispondere.
Avere dei figli da giovani è bellissimo, perché hai energie, risorse, forze e  volontà che solo i 25 anni possono darti. Diffidate però da chi ve lo spiattella come una passeggiata. Già la maternità non lo è di per sè. In più quando devii da un percorso che la società condivide sperimenti la fatica, il dolore e l'amaro dell'andare controcorrente, perché tutti vanno in una direzione e tu ti senti il salmone che risale il fiume dal verso opposto. Il confronto con gli "altri pesci" è atroce, ti senti inadeguata, perché la gente il primo figlio lo fa a 30/35 anni, non sai con chi parlare, perché i tuoi coetanei nel frattempo sbinbocciano in discoteca e sulla tua vita da madre e moglie poco hanno da dirti o consigliarti.
Ci vuole coraggio a far figli presto in questo mondo in cui tutto è dilatato e anche una buona dose di consapevolezza per accettare la solitudine che può derivarne.

Oggi dopo sette anni, guardandomi indietro sceglierei ancora di essere salmone per raggiungere  la foce del fiume, per immettermi nelle sue acque, risalirle con fatica nuotando controcorrente provando a giungere alla meta.
Mi guardo indietro a ripercorro questi sette anni sentendomi un’ingrata ad aver pensato che i miei figli potessero essere da ostacolo al mio futuro, che mi avrebbero limitata invece che arricchita e rinnovata. Mi sento superficiale.

Se non avessi loro non avrei mai conosciuto l'amore, la paura, l'angoscia, il sapore delle lacrime salate, il gusto amaro del sentirsi non pronta al ruolo di madre.
Se non avessi loro non saprei cosa si prova ad uscire dall'ufficio ed avere la voglia di correre con la macchina per andare a riprenderli.
Se non avessi loro non saprei cosa si prova a trasmettergli una passione, a farli innamorare delle cose semplici e belle.
Se non avessi loro non avrei sperimentato il senso del limite e quello dell'infinito, la sensazione di vuoto e quella della pienezza del cuore.
Se non avessi loro non mi sarei mai riavvicinata con i miei genitori.
Se non avessi loro farei le cose senza prospettiva, senza pensare al futuro, senza interrogativi.
Se non avessi loro non saprei abbracciare, non saprei baciare.
Se non avessi loro non saprei quando una persona è indispensabile e quando no.
Se non avessi loro non saprei pensare per 4, ma solo per me.

Mi guardo indietro e penso che è solo merito loro se oggi posso viaggiare da sola, lavorare, scrivere, dedicarmi al blog e a anche riprendere a studiare.
So lasciarli, vivere il senso del distacco e la gioia del ritorno.
Sono la mia cartina torna sole per tutti gli aspetti della vita e so che è grazie a loro che ho scoperto che non sono il 108 della mia laurea.
Grazie a loro ho capito che nella vita le domande "Come sarebbe se.." non hanno concretezza, fondamento, che la vita non è dietro le spalle ma oltre il mio sguardo.

Grazie Alessandro e Margherita.

martedì 24 ottobre 2017

Lettera a mio padre per il suo compleanno


Caro Papà,
Oggi è il tuo compleanno, compi 58 anni e da 30 anni sei mio padre. Santa Pazienza, eh?!
Oggi sono uscita dal lavoro per andarti a comprare un regalo, volevo prenderti un libro visto che sei un grande lettore.
Nella libreria in cui stavo cercando il libro che pensavo fosse più adatto a te, mi sono imbattuta in delle clessidre. Quelle clessidre hanno creato in me una sorta di rapimento al passato ed è stato come aprire una scatola messa via e dimenticata da molto tempo.

Sono tornata indietro di tanti anni e mi sono rivista a casa della nonna nella tua stanza. C'ero io in piedi sopra il tuo letto ad osservare i tuoi velieri racchiusi nelle bottiglie di vetro. Ce ne erano veramente tanti e fra di loro anche una piccola clessidra con la povere azzurra o forse gialla.
Ti ho domandato cosa fosse e mi hai risposto che era una clessidra.
"Cos'è una clessidra?"
"Serve per misurare il tempo", mi hai detto.
Ho chiesto se la potevo portare a casa, tanto la trovavo affascinante, e mi hai dato il tuo permesso.
Quella clessidra ha abitato per molto tempo nella mia stanza ed è stata un oggetto che ho osservato in molte occasioni.
Chissà che fine avrà fatto la clessidra, probabilmente è a casa vostra da qualche parte.

Ho scelto così di abbandonare il libro e di prenderti questa clessidra, che è memoria di un ricordo condiviso insieme. Purtroppo non sono riuscita a dartela di persona, perchè non eri a casa e molto probabilmente guardandola avrai pensato che fosse uno strano regalo.
Invece, secondo me non c'è regalo più azzeccato per questi 58 anni. Papà da piccola mi ha dato la possibilità di essere guardiana e custode del tempo che la vita mi offriva, anche se lì per lì non lo avevo capito.

Papà il regalo che troverai sul tavolo è una restituzio di un amore silenzioso che hai avuto ed hai per me. Un amore interpretativo direi, fatto di gesti e poche parole.
Da guardiana del tempo di cui mi hai investito, ti restituisco un oggetto che mi ha accompagnato sempre, al suono delle tue parole molto famose (almeno per noi) che ne racchiudono il significato: "chi ha tempo non perda il tempo".

Buon compleanno papà, so che tu sei della vecchia scuola ed un post ti sembrerà fuori luogo, ma è un modo per comunicarti il bene che ti voglio.

Veronica 


lunedì 10 luglio 2017

Di tutti i no peggiori.

Ultimamente si è tentato di eliminare l'accezione negativa della parola "NO", arricchendola di un significato positivo quando accompagnata da un costrutto con finalità educative. I famosi "No che aiutano a crescere".

Nonostante questo cambiamento, credo che il "no" seguito da alcune parole conservi ancora la sua amarezza e crudezza. Di tutti i no motivati i peggiori sono:
- "No, non è il momento";
- "No, adesso no";
- "No, ora non e il caso".

Queste tre frasi trasmettono l'idea che c'è sempre qualcosa di più importante rispetto al nostro interlocutore, che quello che c'è da condividere, costruire o semplicemente comunicare può aspettare.
Chi vuol mettersi in relazione con noi, che potrebbe aver bisogno di noi, che vorrebbe vivere sogni con noi può "attendere prego".

Pensiamo a questa situazione in un rapporto di coppia.
Quanto può fare male vivere nell'attesa?
Quanto può ferire e demolire il non ascolto (non dico la costruzione) di un sogno che l'altro vorrebbe condividere con noi?
Quanto può farci sentire soli il fatto che cose o altri siano prioritari per chi amiamo e dice di amarci a sua volta?

Sento storie di donne, perché siamo soprattutto noi a vivere questo dislivello, che a cose importanti - come il desiderio di una famiglia - ricevono uno o tutti e tre i no sopracitati.
Mi chiedo: se non ora quando? Quanto tempo pensiamo di avere ancora a disposizione, che rimandiamo e ci dimentichiamo di chi abbiamo vicino?

Il tempo è oggi, ora, il presente. 

Un tempo che non tornerà e che potremmo rimpiangere.
Tempo che perdiamo e che potrebbe non regalarci sogni da realizzare.
Tempo che cediamo alla paura e non alla vita.
Proviamo a non dire "no, ora non é il caso", eviteremo di demolire chi vi sta vicino.
Prendiamoci piuttusoto cura di chi in quel momento ha bisogno semplicemente del nostro ascolto, dandogli un po' di tempo. Ne Usciremo edificati.



venerdì 7 luglio 2017

Ho visto due ragazzi che si amavano


Mercoledì pomeriggio sono tornata da Roma. Sono rientrata a casa, ho fatto la doccia e sono uscita di nuovo a passeggiare per le ridenti vie al catrame del mio quartiere.
Sono andata al parco.
Ho camminato, ma era caldo e mi sono seduta su una panchina (saranno forse i trent'anni che si fanno sentire?!)

Lì il mio sguardo si è fermato su due ragazzi uno di fronte all'altro, poco lontani da dove mi ero seduta.
Hanno subito catturato la mia attenzione per la dinamica in cui erano coinvolti.
Lui - sguardo profondo - provava a parlarle, lei ricambiava con occhi da fera.
Ho pensato "caro mio, adesso te le fa pagare tutte: dal principio ad oggi. Buona fortuna!"

Ho continuato ad osservarli.
Sguardo profondo ha provato ad avvicinarsi a lei in mille modi.
Occhi da fera proprio impassibile. Penso avrà detto una decina di NO con le braccia incrociate.

Mi sono chiesta se fossero amici, se stessero insieme, che facessero, quanti anni avessero, perché lei fosse così dura con lui, chi avesse ragione chi no.

Ne frattempo che volavo con le domande, i due miei oggetti dell'osservazione avevano smesso di parlare. Erano però sempre uno di fronte all'altro, vicini. Di quella vicinanza che ti puoi toccare ma non riesci a sentire il respiro dell'altro.

Ho capito allora che fra loro c'era qualcosa.

Sguardo profondo ha guardato occhi di fera.
La guardava e gli diceva tutto quello che prima con le parole non era riuscito a dire.

Occhi di fera allora ha sciolto le braccia e gli ha permesso di avvicinarsi.

Lui si è avvicinato piano e gli ha preso il viso fra le mani.
Lei gli ha preso le mani.
Si sono scrutati l'anima.

Ed io mi sono commossa 
perché dove non arrivano le parole arrivano i gesti,
perché lui è stato tenace,
perché lei si è difesa, ma lo ha lasciato entrare,
perché si sono sentiti prossimi,
perché sono rimasti.

Perché semplicemente ho visto due ragazzi che si amavano.










mercoledì 12 aprile 2017

Dimmi che mi ami

Dimmi che mi ami e ti ho dato il mio lato amaro.
Dimmi che mi ami e mi hai dato il tuo silenzio.
Dimmi che mi ami e mi hai detto vai, sei libera.
Dimmi che mi ami e ti ho detto, ora no ho da fare, devo lavorare.
Dimmi che mi ami e dammi la tua parte più dolce.
Dimmi che mi ami e ci si usa.
Dimmi che mi ami e ci si odia.
Dimmi che mi ami e ci si brucia.
Dimmi che mi ami e non ti ho risposto.
Dimmi che mi ami e non mi ascolti.
Amami o faccio un casino.
Dimmi che mi ami e non escono le parole.
Dimmi che mi ami e le barriere si infrangono, il tempo si espande, le pupille si dilatano.
Dimmi che mi ami e prendimi l'anima.
Dimmi che mi ami ed é rabbia.
Dimmi che mi ami e ci percepiamo.
Dimmi che mi ami e sono girasoli.
Dimmi che mi ami e ci svuotiamo.
Dimmi che mi ami e guardami.
Ma i tuoi occhi sono stanchi ed i miei sono bui.
Dimmi che mi ami e siamo al mare.
Mi regali una rosa.
So che odi i fiori, dici.
Io taccio e ti guardo con i miei occhi neri come la pece.
È come te: bella e piena di spine che fanno molto male. Ma le rose se sapute cogliere sono incantevoli.
Taccio e piango.
Non so dire "ti amo", non so abbracciare.
"Ti amo e non dire niente, va bene così".
Dimmi che mi ami ed insegnami l'amore.
 

venerdì 16 dicembre 2016

"Indovina chi": le cinque domande del disagio

1) "Ci conosciamo?"
- No, forse, non so.
2) "Dove ci siamo già visti?"
- Non lo so, non ricordo.
3) "Mi ricordo il tuo volto".
- Io no, perdonami.
4) "Hai un viso familiare."
- Tu per me non tanto.
5) "Il cognome non mi è nuovo".
- #esticazzi.
Ognuno ha le sue domande dell'imbarazzo e del disagio, le mie sono queste cinque alle quali rispondo sempre come sopra, tranne che all'ultima in cui  "#esticazzi" non è verbalizzato, ma molto spesso pensato.
Quando incontro qualcuno e quel qualcuno dice di conoscermi, state pur sicuri che io di lui non ricordo l'esistenza.
Inizio con il far finta di ricordarmi dell'interlocutore con cui sto parlando, ma già da quando lui pronuncia il "ciao" tutto il mio volto assume la forma di un grande punto interrogativo.
Lo capiscono sempre che non li ho riconosciuti, perché Dio ha ben pensato di donarmi il dono della mimica facciale incontrollabile, nel bene e nel male, che fa capire benissimo agli altri cosa sto pensando, ad esempio "non so chi tu sia ma, va tutto bene carissimo/a, inizia pure con la top five delle domande!". 
Mi leggono nel pensiero ed attaccano subito con il question time.
Meraviglioso momento di disagio.
"Ma dai non ti ricordi di me?"
No, non mi ricordo sennò non stavamo qui a fa tutta sta piva.
Fatto sta che nonostante mi spieghino la genesi del dove ci siamo conosciuti io non riesco a ricollegare, ho tipo un pannello nero con scritta bianca che naviga nel cervello e dice " a destra per figura di merda; a sinistra per fuga con figura di merda annessa".
Mi sembra proprio di giocare ad "indovina chi".
La cosa peggiore é quando incontro degli avversari di "indovina chi" che affermano "mi sembra di conoscerti, dove ci siamo già visti?"
Panico.
Inizia la centrifuga di pensieri:
- se lo sapevo te lo dicevo.
- Di quale vita starà parlando?
- In quale situazione deplorevole mi avrà visto?
Spero sempre che sia la vita giusta e il contesto azzeccato, perché  se per ipotesi mi avesse incontrata dieci anni fa, il bene supremo per tutti é chiamare a rapporto la voragine risucchiatrice ed evitare una figura di merda esponenziale.
Generalmete parto con elenco di opzioni che quasi mai porta a risultati.
Mi sento come se facessi un test di resistenza.
La persona deve capirlo e continua con le domande.
Ho la sudorazione mentale ed organica interna.
Ma niente si continua con "Avevi gli occhiali? Il cappello con il fiore? Il rossetto?".
"Ah ma dai, tu stai cercando Claire! Non sono io".
L'ho scampata, almeno per questa partita. 
Aspetto la prossima, non con ansia.







martedì 13 dicembre 2016

Ci sono mamme come me

Ci sono mamme come me, che escono alle 18.00 dal lavoro e corrono a recuperare i figli in qualche parte del globo. Donne consapevoli che essere madri, in più lavoratrici, vuol dire essere sempre a rischio.
Rischi di vario genere, natura, entità, frequenza che spuntano da ogni dove. Alcuni li preveniamo, ma altri nonostante il duro allenamento diventano spesso dei veri e propri "allarmi rossi".
La tipica situazione del passaggio da rischio ad allarme rosso è legata al frigo che scopriamo di avere vuoto appena rientrate a casa. Infatti, dopo aver circumnavigato la terra ed essere riapprodate a casa con i figli attaccati al braccio e/o al collo come degli scimpanzè, la borsa pesante e piena di roba che in confronto quella di Mary Poppins è equiparabile ad un sacchetto di caramelline, la borsa con i documenti del lavoro che cerchiamo di salvare, i giochi dei nani che  spuntano anche dalle orecchie, andiamo dritte ad aprire il frigo per preparare la cena e constatiamo che dentro ci aleggia il NIENTE.
Ci sono mamme come me, che nonostante il frigo non offra nulla per la cena  lo guardano e osservano intensamente, fino a che il coso freddo non urla "guarda sto cazzo, che tanto da mangiare non ci sta!".
Alle mamme come me succede di rimanere con il frigo che ti ride alle spalle ogni volta che i mariti sono fuori per lavoro o rincasano tardi. Ci si può rimettere l'orologio.
Le mamme come me si sforzano di trovare un Piano B che è però sempre lo stesso. Il piano B approda alle nostre menti come un pensiero salvifico composto da un M gialla con un rettangolo rosso sotto.
"Bambini, non vi preoccupate, stasera tutti a mangiare al McDonald's!"
Gioia, Gaudio e tripudio per  loro.
Cena risolta e bocche sfamate, per le mamme come me.
Al cubo di legno con la scritta gialla e il rettangolo rosso attaccato, ogni volta che vado (non spesso per fortuna ma succede, come ieri sera) incontro mamme come me.
Mamme sposaste, single, accompagnate, in qualsiasi condizione con la tuta, con il tacco, con i jeans o con la gonna, senza mariti o compagni, madri che non intendono farsi disarmare da un frigo vuoto, che cercano rifugio dalla stanchezza della vita. Una vita fatta di ritmi frenetici dove respirare sembra un'impresa e non essere giudicate un miracolo.
Mamme come me, diverse dalle proprie madri, che non avrebbero mai permesso di non far trovare un pasto caldo sulla tavola ai figli, ma non per questo di meno valore, perché tutte le madri sono animate da una cosmica energia e tenace follia che non le disarma e le fa dire "questa sera bimbi serata romantica al McDonald's con mamma, perché la disagiata non ha avuto tempo di fare la spesa!".



mercoledì 30 novembre 2016

A Maddalena

Cara Maddi,
questa notte ti ho sognata. Stavi nascendo, eri piccola, stavi sul palmo di una mano: eri prematura, troppo prematura. Ti chiamavamo, appunto, Maddalena.
Mi sono svegliata e non riuscivo a respirare, ho provato a svegliare papà, ma senza risultati. Mi sono riaddormentata dopo un po' ed era estate. Noi due con i tuoi fratelli stavamo in piscina a casa dello Zio Federico, la casa nuova in cui andrà ad abitare fra poco.
Maddi ti ho sognata e tu sei la figlia che io ho paura di avere. Con papà spesso parliamo di avere un altro bambino, ma poi taglio corto dicendo che ancora non me la sento, perché non voglio che si ripeta quello che è successo a tua sorella Margherita.
Maddi Maddi, la mamma trema al pensiero che un'altra bambina possa rischiare di morire ed allora preferisce non fare, non osare e a volte non pensare.
Non sporcarsi le mani è una via mediocre, la mamma lo sa.
La mamma invidia tutti quei genitori che hanno il coraggio di riprovare nonostante il dolore sperimentato, di mettersi nelle mani di Dio fidandosi. Dio perdonerà una figlia  che non riesce più a fidarsi, perché nessuno può confermarle che quello che è successo a Margherita non si ripeterà più. Nessuno lo dice, perché la possibilità non é esclusa.
 La mamma si chiede spesso come facciano le coppie con un vissuto doloroso a riaprirsi alla vita.
Cara Maddi, non sai la sofferenza che abbiamo vissuto, sperimentato, quante ferite, quanta solitudine, quanto non amore, quante lacrime, quante parole non dette, quante grida silenziose sono passate sulla pelle della mamma e del papà quando Margherita stava male. 
La vita, però, riserva grandi sorprese ed alla fine tua sorella ce l'ha fatta: è il nostro piccolo miracolo. Chissà Maddi se tu sarai il prossimo?
I tuoi fratelli ti aspettano, chiedono un fratellino, Edoardo, ma credo che una sorella o un fratello siano, a prescindere dal sesso, un grande dono e una grande ricchezza, per tutta la vita. I tuoi fratelli sono molto affiatati, estremamente diversi, molto affascinati per i loro caratteri, ma hanno un particolarità che li rende meravigliosi ai miei occhi: riempiono di amore la nostra famiglia sgangherata. Nei loro pensieri già esisti e ti amano.
La mamma ha solo da imparare dai tuoi fratelli e dal papà - un uomo di grande cultura e di amore perseverante.
La mamma spera di poter rompere le porte della paura e di poter accendere le lanterne della speranza. 
Maddi se un giorno arriverai ti chiamerai Celeste o Edoardo, ma se così non fosse spero che  l'amore che provo per te ti possa arrivare dalle braccia di un'altra mamma.

venerdì 18 novembre 2016

Questa notte il mio cuore mi è venuto a cercare

Alle 3.00 questa notte il mio cuore mi è venuto a cercare.
Faceva male, si capiva che la sua meccanica si era inceppata.
Andava forte, andava piano.
Eravamo io, il mio cuore ed un letto freddo.
Sto per morire, ho pensato.
"Ma che cazzo dici" ha risposto il cuore - "che non lo sai che sono difettoso?"
Da quando so che ho un problema al cuore, lo immagino come un orologio con le lancette.
"Serve un orologiaio", gli ho detto, "chiamo l'orologianza, l'ambulanza degli orologi?"
Non ha risposto. Era troppo concentrato sulle sue meccaniche, per ottimizzare al meglio le forze.
Maledetto archibugio.
Siamo rimasti così in silenzio, io ed il mio orologio.
Ormai erano le 3.40 e sentivo le sue lancette impazzite.
Mi sono messa a piangere, nella solitudine di una notte.
Ho pianto un po' e poi l'orologio si è di colpo assestato.
Le sue lancette sono ritornate a battere normalmente.
Ho respirato forte.
Ce l'abbiamo fatta, anche stavolta.
"So di averti fatto male", ha sussurrato.
"No, ma si figuri eh, faccia pure che io mi diverto".
"Fai poco la spiritosa, ti son venuto a cercare stanotte, perché potessi gridare, ingrata".
Pure ingrata.
"Che gridare e gridare! Non avevo manco il fiato!"
"Ti sono venuto a cercare per ricordarti che è il caso che ricominci a donare te stessa senza pensare alle conseguenze, che ti riapra un tantino alle emozioni del mondo".
Tutto sto casino per sentire; non si poteva trovare un altro modo, meno invasivo?
L'ho mandato affanculo minacciandolo che se ci riprova lo porto a Porta Portese e lo baratto.
Su una cosa ha ragione: quando ho pianto ho sentito di essere ancora viva. Stanotte ho viaggiato sui binari della paura e ho provato una gran voglia di vivere, non di sopravvivere.



domenica 13 novembre 2016

Una ragazza fastidiosa

Con il tempo ho maturato una certa repulsione per le "avversative", per il semplice fatto che la gente ne abusa sottolineando in maniera spropositata situazioni in contrasto con quanto affermano nella frase precedente o con quanto ci si aspetterebbe in base ai comportamenti comuni. Provo fastidio sopratutto per le "coordinate avversative", quelle introdotte dai "ma" e dai "però".
Questo fastidio nasce nel giorno in cui mia mamma tornó dal primo colloquio con le mastre a scuola.
Ancora me lo ricordo, mi aveva lasciata a casa con mio fratello e mia zia. Io non vedevo l'ora che tornasse perché volevo sapere se la mia diligenza nello studio fosse degna di essere lodata.
"Allora mamma che hanno detto le maestre?" - chiedo in un inverno del '93.
"Dicono che sei brava, ma che piangi troppo.Sei un po' piagnona vero'".
Lo disse ridendo mia mamma. Dentro di me saliva una voglia di urlare che io piangevo perché non riuscivo in alcune cose, che era frustrante avere un nome e cognome lungo e che volendolo scrivere bene, preciso e perfetto, ci mettevo tanto tempo, mentre gli altri erano rapidi rispetto a me.
I colloqui con i miei insegnanti sono stati un fiume di avversative: "la ragazza è brava, ottimi risultati, ma...".
Ci dovevano mettere sempre qualcosa del mio carattere: è permalosa, si offende, piange se prende 5.
Ditemi voi poi, cosa c'entra infilare una cosa relativa alla sfera personale se stiamo parlando di rendimento.
"É brava, va bene a scuola". Punto.  Bastava finire la frase così, per poi iniziare un altro discorso. Come se l'esser brava a livello scolastico dovesse andar di pari passo con un carattere o un modus operandi diligente.
I colloqui alle superiori li faceva sempre mio papà. Un modo per essere presente nella mia vita, dopo 15 anni di assenza per motivi di lavoro.
Un'insegante gli disse: "su Veronica niente da dire, guardi il registro, ma ha un carattere!"
Eh già il carattere é direttamente proporzionale all'andamento: bravo a scuola=ragazzo perfetto. Inoltre, anche su questo termine "bravo" vorrei farci una riflessione prima o poi. Qui lo useremo   in maniera impropria (cosa significa essere bravo veramente?).
Quando papà é tornato da quel colloquio mi ha fatto sedere in cucina, mentre la mamma stava preparando la cena e disse:
"senti Vero', mo fai 18 anni, non ci siamo riusciti fino ad ora a contenere alcuni lati del tuo carattere, non credo ci riusciremo più. Per cui ti dico, ricorda sempre che ci vuole: educazione, rispetto e diritti. Scegli tu in che ordine metterli".
Questo ricordo é tutt'oggi accompagnato dal profumo di frittata che mamma fece quella sera.
Mio padre in quasi 30 anni di vita non ha mai pronunciato la parola "brava" in mia presenza, ma mi ha donato qualcosa che vale molto di più: la chiave per indirizzare alcuni aspetti del mio carattere. Il segreto regalatomi è riassumibile in "combatti per il rispetto dei tuoi diritti con educazione".
Ancora oggi, mi sento dire "sei brava,ma" e dentro di me rido perché so di essere  brava, ma fastidiosa. Do fastidio perché non mi piego e perché parlo chiaro. Hanno provato in molti a farmi smettere di essere fastidiosa, ma neanche i miei sono riusciti in questa impresa. Sappiate quindi che continuerò a darvi fastidio.

sabato 22 ottobre 2016

Bacio chiesto o rubato?

Una inflazionatissima pubblicità si concludeva con lo slogan "un bacio è qualcosa di più". Proprio così, che sia vero o di cioccolata il bacio esprime sempre una forma di contattato fisico.
Ora l'arte e la letteratura hanno dedicato opere e testi all'arte del bacio e del baciarsi.
Sembra però che non ne abbiamo tratto un minimo di insegnamento e vista la situazione attuale sono sicura che molti di questi autori si stiano rivoltando nella tomba, chiedendosi il perché il genere umano si sia tanto rincretinito.
Da miei recenti studi, nati dalle conversazioni con amiche single, sembra che fra il genere maschile sia nata una nuova corrente ovvero quella del "Scusi lei, posso baciarla sì o no?".
Corrente che si fonda su una cattiva interpretazione della canzone di Battisti che faceva "Scusi lei mi ama o no?" - sennò non si spiega.
Ebbene sì nel 2016 dovete, care le mie signorine, fare i conti con la possibilità, più o meno elevata, che nel momento clou di un appuntamento, quello con cui siete uscite possa farvi la fatidica domanda "posso baciarti?".
Ecco io vi avverto l'effetto che si scatenerà è quello che si chiama "effetto prugna secca", vi si prosciugherà qualsiasi desiderio, anche quello più remoto. Ve ne vorrete solo andare, chiedendovi dove siano finiti quei maschi che stropicciano e  baciano senza neanche lasciar respirare (esseri rari ultimamente, a quanto pare).
Il mio consiglio spassionato è: andatevene via e lasciatelo lì come il peggiore dei baccalà imbalsamati, così capirà bene che la risposta è No e soprattutto che i baci non si chiedono, si danno.
Voglio spendere due parole anche per i ragazzi che aderiscono a questa corrente: come vi è venuto in mente di anteporre una domanda ad un momento come quello del pomiciamento? Volete restare single per tutta la vita?! Se la risposta é no, fidatevi di me, andate a riscoprire quell'uomo con la clava che abita da qualche parte dentro di voi, togliendovi questo inutile e controproducente eccesso di zelo.
Sono sicura che non mancherete il besaglio!



venerdì 30 settembre 2016

Venerdì con il vuoto cosmico

Sono le 19.00 di venerdì, ti accorgi che non hai piu carta igienica.
Gabriele ha detto che sarebbe tornato alle 19.00, ma lo sai che come minimo potrebbe tornare fra mezz'ora, come massimo fra un'ora e più.
Infatti rincasa alle 19.30.
Prendi ed esci, vai da Acqua&Sapone sperando che non abbia chiuso. 
È aperto, entri e ti ritrovi di fronte allo scaffale della carta igienica.
Siete tu, le due commesse ed una donna sulla quarantina.
Guardi le miliardi di confezioni di carta igienica: quella di marca, sotto marca, sotto sotto marca, quella che costa più e quella che costa meno, quella con il packaging più colorato e quella con il desing plebeo.
Sei lì di fronte ad un mare di carta, che serve fondamentalmente per pulirsi il culo e ti viene da piangere.
Ma che cazzo succede?
Veronica, devi solo prendere una scatola con dei rotoli di carta igienica.
Rimani lì immobile a pensare al vuoto cosmico in cui vivi. Perché nonostante lavori la mattina tutti i giorni più due pomeriggi ed il restante dei pomeriggi li passi a potare i tuoi figli agli allenamenti o stai con loro, sei scout ed hai il tuo servizio, ti occupi della casa e di un blog, sei circondata da persone, comunque sentì il vuoto cosmico salirti dentro. Ti chiedi perché non riesci quasi mai a trovare il tempo neanche per una ceretta, visto che sei in modalità orso marsicano o per una qualsiasi stupidissima cosa che sia per te e solo per te. 
Ti chiedi perché ti senti arenata, affossata; ti domandi se i sogni che tiri fuori e richiudi subito dopo nel cassetto sia giusto inseguirli e dargli forma oppure se sia il caso di gettarli nel cestino.
 Se bisogna osare o perseverare nella strada intrapresa.
Mentre elabori questo coacervo di pensieri realizzi che ti devi muovere, perché Gabriele alle 20.15 se ne va ad una riunione scout e maledici gli scout, perché sono malati di riunioni, soffrono della sindrome del fare e fissano riunioni quando in centro c'è Sharper, al quale non saresti comunque andata. 
Rifletti anche sul fatto che questa settimana ti è andata bene: sei stata da sola solo tre sere, che aggiunte alle ore diurne fanno quasi tre giorni. Concludi che ti sei rotta i coglioni di stare da sola, ma che via questa settimana sono stati solo tre quasi giorni. 
Alla fine afferi il pacco di carta igienica, quello con la confezione rosa, il tuo colore preferito, vai alla cassa e paghi con gli occhi rossi ed il mascara colato.
Sali in macchina, voli verso casa, scendi, sali le scale, entri, saluti e posi il bottino: nessuno si accorge che hai pianto.
Prendi il tuo vuoto cosmico sotto braccio, perché stava dietro di te da quando eri al negozio e ti rassegni al fatto che forse, funziona così.

martedì 27 settembre 2016

Il bon ton della lingua lunga

Carissimi/e lingue lunghe ovvero carissimi tutti noi,
questo post é per ricordarci che il parlar male del prossimo non é cosa buona, né tanto meno giusta. 
Mia nonna diceva che ferisce più una parola che un colpo di spada, attualizzando, potremmo dire che ferisce più una parola che un bel cazzottone sui denti. Perché direte voi, stiamo ancora appresso ai detti popolari? Perché mentre i denti si rimettono a posto, il male che provoca una parola o una maldicenza rimane per sempre, diventiamone consapevoli.
Siccome, però, ci piace troppo sparlare dell'altro, far pettegolezzo e credo che la nostra natura umana non possa farne a meno, cerchiamo di limitare i danni usando delle semplici regole:
1) verificare sempre che nei paraggi non ci siano persone che conoscano l'interessato/a della "chiacchierata", sapete a far figure di merda é un nano secondo oltre che si corre il rischio che il tutto possa essere riferito al diretto interessato con aggiunta di particolari non citati;
2) evitare di parlar male di altri in presenza di chi non conosciamo, la nostra reputazione eviterà così di passare da 0 a -1000 , limitando altresì  il rischio che gli sconosciuti possano riferire all'oggetto della conversazione il nostro "bene dicere", perché guarda un po', lo conoscono;
3) recenti accadimenti, anche tragici, dimostrano come la tecnologia può sputtanarci: pensate voi se ci registrassero mentre sparliamo e passassero il contenuto della conversazione a colui che é al centro della stessa, la figura di merda sarebbe il minimo sindacale. Meditiamo gente, meditiamo;
4) riportare i fatti quanto più fedeli alla realtà. Non serve colorare, gonfiare le cose, tanto prima o poi chi ci sta di fronte scoprirà che abbiamo detto una stronzata e che siamo dei cazzoni sparacazzate.
Non voglio aggiungere altre accortezze, perché già riuscissimo a rispettare queste sarebbe fantastico, quanto meraviglioso sarebbe non doverle mettere in pratica.
Si sa che questa però è utopia.




mercoledì 21 settembre 2016

Confessioni ad un papà: Margherita ed il suo fidanzato



Lunedì sera Gabriele é tornato tardi, i bimbi si erano appena addormentati. A differenza mia, lui ogni volta che torna la sera dopo cena va in camera e gli dà un bacio sulla fronte.
Lunedì però Margherita si è svegliata e gli ha confidato un segreto.
Dopo averla riaddormentata Gabriele é tornato da me in cucina con passo felpato, mentre io stavo spazzando.
"Senti un po'" - mi fa - "Sai niente del nuovo fidanzato di Margherita? Certo G.S. (Ometto il nome per la privacy)?"
"No, ma non era R. Il fidanzato?" - domando a mia volta.
"Ma non era A. Il fidanzato?" - chiede perplesso.
"Credo che tu sia rimasto indietro", faccio.
Mi viene così da ridere che neanche immaginate, ma Gabriele è serio.
"Dobbiamo approfondire", afferma.
"Ma che vuoi approfondire! Manco lo saprà che sono fidanzati".
"Domani approfondisco".
Speravo scherzasse, invece faceva sul serio.
Ore 7.30 di martedì mattina: colazione.
Margherita ha appena inzuppato il suo primo biscotto nel latte. Siamo tutti assonnati, tranne Gabriele che sembra più vispo che mai.
"Senti Marghi, ma chi sarebbe G.S.?"
"Il mio fidanzato" - risponde.
Sta per svenire lo vedo, ha pronunciato la parola "fidanzato".
Riprende fiato ed incalza: "Viene a scuola con te?"
"No, è andato alla scuola dei grandi".
Siamo salvi dallo svenimento, meno male.
"Quindi non viene PIÙ  a scuola con te?"
Interviene Alessandro: "no papi, non hai capito che va alla scuola dei grandi?"
"Marghi comunque basta con questi fidanzati più grandi, troviamolo della tua stessa età"
Preciso che stiamo parlando di un bambino di 2 anni più grande...quale ars oratoria e quale sottigliezza nel pronunciare la parola TROVIAMOLO!
"Non sarà troppo presto per pensare a queste cose Marghi?" - continua.
Oh non molla stamattina, penso, sono le 7.40 di martedì e la treenne è già sotto interrogatorio.
"Amore basta", dico, "continui così ed a tredici anni ci scappa di casa".
"A tredici anni va in clausura dalle suore" - risponde e chiude.
Niente, Gabriele è geloso. Accettiamolo.