lunedì 30 ottobre 2017

Come sarebbe stato se.

Mamma qualche giorno fa mi ha fatto trovare due scatoloni con degli oggetti per mio figlio.
Dopo averli caricati in macchina mi ha detto: "dentro ci trovi anche le foto della laurea".
Non ho avuto il coraggio di guardare quelle foto fino a qualche giorno fa.
Sono foto di un giorno importante, in cui i miei sogni ed i miei piani per il futuro hanno iniziato a vacillare
Quel giorno sognavo un 110 che non è mai arrivato. E' stata dura per me ricevere un 108.
Tutti mi dicevano "non c'è differenza Vero, sono solo due punti".  Per me la differenza la facevano  proprio quei due punti. Ho vissuto quel 108 come se non fossi stata in grado di raggiungere una vetta.
Le foto che ho riguardato dopo sette anni ritraggono me nell'attesa della proclamazione con un volto trepidante, come se aspettassi quel risultato tanto ambito. In quelle dopo, invece ho la faccia di chi sta per andare ad un funerale. Si percepisce la delusione che ho nei miei confronti.
Per i giorni ed i mesi successivi ho vissuto con il pensiero che ci fosse in me qualcosa di sbagliato. Come se fossi da meno rispetto a chi a quel 110 c'era arrivato.Trovavo ingiusto che la fatica di aver studiato e lavorato insieme, per non gravare sulla mia famiglia, non fosse stata ricompensata nel modo che io ritenveo più giusto.

La vita con i suoi tempi e le esperienze che regala, mi ha permesso di capire che non sono un 110, nè tanto meno un 108, ma una persona non identificabile con voto: non sono quello che gli altri mi appiccicano addosso.
Questo l'ho capito dopo anni: ora che la vita ha demolito piani ed aspettative.
Non è facile da accettare che non siamo una valutazione.
C'è sempre un "se" malato che condiziona i nostri pensieri, le nostre riflessioni ed azioni.
Quando i miei piani, le prospettive future di studio e lavoro che tanto sognavo ed agognavo, sono state spazzate via da qualcosa di più grande che chiamiamo vita, ho iniziato a domandarmi "come sarebbe stata la mia vita se?".
Che vi assicuro è molto peggio del crucciarsi per un 110.

Come sarebbe stata la mia vita se avessi studiato fuori?
Come sarebbe stata la mia vita se non avessi studiato e lavorato?
Come sarebbe stata la mia vita se a quel bambino avessi detto no? Li avrei mai fatti dei figli?
Come sarebbe stata la mia vita se avessi fatto la specialistica?
Come sarebbe stata la mia vita se avessi fatto esperienze all'estero?
Come sarebbe stata la mia vita se non mi fossi sposata? Se avessi continuato a convivere?
Questi e molti altri come e molti altri se hanno attanagliato il mio pensiero ed il mio modo di agire per anni.

Sono caduta in un loop in cui guardavo al mio passato con rimpianto, provando invidia per chi seguiva il percorso canonico della vita, mentre io a 25 anni mi ritrovano fra pannolini, lavori da cercare, casa da gestire, conti da fare e domande a cui rispondere.
Avere dei figli da giovani è bellissimo, perché hai energie, risorse, forze e  volontà che solo i 25 anni possono darti. Diffidate però da chi ve lo spiattella come una passeggiata. Già la maternità non lo è di per sè. In più quando devii da un percorso che la società condivide sperimenti la fatica, il dolore e l'amaro dell'andare controcorrente, perché tutti vanno in una direzione e tu ti senti il salmone che risale il fiume dal verso opposto. Il confronto con gli "altri pesci" è atroce, ti senti inadeguata, perché la gente il primo figlio lo fa a 30/35 anni, non sai con chi parlare, perché i tuoi coetanei nel frattempo sbinbocciano in discoteca e sulla tua vita da madre e moglie poco hanno da dirti o consigliarti.
Ci vuole coraggio a far figli presto in questo mondo in cui tutto è dilatato e anche una buona dose di consapevolezza per accettare la solitudine che può derivarne.

Oggi dopo sette anni, guardandomi indietro sceglierei ancora di essere salmone per raggiungere  la foce del fiume, per immettermi nelle sue acque, risalirle con fatica nuotando controcorrente provando a giungere alla meta.
Mi guardo indietro a ripercorro questi sette anni sentendomi un’ingrata ad aver pensato che i miei figli potessero essere da ostacolo al mio futuro, che mi avrebbero limitata invece che arricchita e rinnovata. Mi sento superficiale.

Se non avessi loro non avrei mai conosciuto l'amore, la paura, l'angoscia, il sapore delle lacrime salate, il gusto amaro del sentirsi non pronta al ruolo di madre.
Se non avessi loro non saprei cosa si prova ad uscire dall'ufficio ed avere la voglia di correre con la macchina per andare a riprenderli.
Se non avessi loro non saprei cosa si prova a trasmettergli una passione, a farli innamorare delle cose semplici e belle.
Se non avessi loro non avrei sperimentato il senso del limite e quello dell'infinito, la sensazione di vuoto e quella della pienezza del cuore.
Se non avessi loro non mi sarei mai riavvicinata con i miei genitori.
Se non avessi loro farei le cose senza prospettiva, senza pensare al futuro, senza interrogativi.
Se non avessi loro non saprei abbracciare, non saprei baciare.
Se non avessi loro non saprei quando una persona è indispensabile e quando no.
Se non avessi loro non saprei pensare per 4, ma solo per me.

Mi guardo indietro e penso che è solo merito loro se oggi posso viaggiare da sola, lavorare, scrivere, dedicarmi al blog e a anche riprendere a studiare.
So lasciarli, vivere il senso del distacco e la gioia del ritorno.
Sono la mia cartina torna sole per tutti gli aspetti della vita e so che è grazie a loro che ho scoperto che non sono il 108 della mia laurea.
Grazie a loro ho capito che nella vita le domande "Come sarebbe se.." non hanno concretezza, fondamento, che la vita non è dietro le spalle ma oltre il mio sguardo.

Grazie Alessandro e Margherita.

martedì 24 ottobre 2017

Lettera a mio padre per il suo compleanno


Caro Papà,
Oggi è il tuo compleanno, compi 58 anni e da 30 anni sei mio padre. Santa Pazienza, eh?!
Oggi sono uscita dal lavoro per andarti a comprare un regalo, volevo prenderti un libro visto che sei un grande lettore.
Nella libreria in cui stavo cercando il libro che pensavo fosse più adatto a te, mi sono imbattuta in delle clessidre. Quelle clessidre hanno creato in me una sorta di rapimento al passato ed è stato come aprire una scatola messa via e dimenticata da molto tempo.

Sono tornata indietro di tanti anni e mi sono rivista a casa della nonna nella tua stanza. C'ero io in piedi sopra il tuo letto ad osservare i tuoi velieri racchiusi nelle bottiglie di vetro. Ce ne erano veramente tanti e fra di loro anche una piccola clessidra con la povere azzurra o forse gialla.
Ti ho domandato cosa fosse e mi hai risposto che era una clessidra.
"Cos'è una clessidra?"
"Serve per misurare il tempo", mi hai detto.
Ho chiesto se la potevo portare a casa, tanto la trovavo affascinante, e mi hai dato il tuo permesso.
Quella clessidra ha abitato per molto tempo nella mia stanza ed è stata un oggetto che ho osservato in molte occasioni.
Chissà che fine avrà fatto la clessidra, probabilmente è a casa vostra da qualche parte.

Ho scelto così di abbandonare il libro e di prenderti questa clessidra, che è memoria di un ricordo condiviso insieme. Purtroppo non sono riuscita a dartela di persona, perchè non eri a casa e molto probabilmente guardandola avrai pensato che fosse uno strano regalo.
Invece, secondo me non c'è regalo più azzeccato per questi 58 anni. Papà da piccola mi ha dato la possibilità di essere guardiana e custode del tempo che la vita mi offriva, anche se lì per lì non lo avevo capito.

Papà il regalo che troverai sul tavolo è una restituzio di un amore silenzioso che hai avuto ed hai per me. Un amore interpretativo direi, fatto di gesti e poche parole.
Da guardiana del tempo di cui mi hai investito, ti restituisco un oggetto che mi ha accompagnato sempre, al suono delle tue parole molto famose (almeno per noi) che ne racchiudono il significato: "chi ha tempo non perda il tempo".

Buon compleanno papà, so che tu sei della vecchia scuola ed un post ti sembrerà fuori luogo, ma è un modo per comunicarti il bene che ti voglio.

Veronica 


lunedì 10 luglio 2017

Di tutti i no peggiori.

Ultimamente si è tentato di eliminare l'accezione negativa della parola "NO", arricchendola di un significato positivo quando accompagnata da un costrutto con finalità educative. I famosi "No che aiutano a crescere".

Nonostante questo cambiamento, credo che il "no" seguito da alcune parole conservi ancora la sua amarezza e crudezza. Di tutti i no motivati i peggiori sono:
- "No, non è il momento";
- "No, adesso no";
- "No, ora non e il caso".

Queste tre frasi trasmettono l'idea che c'è sempre qualcosa di più importante rispetto al nostro interlocutore, che quello che c'è da condividere, costruire o semplicemente comunicare può aspettare.
Chi vuol mettersi in relazione con noi, che potrebbe aver bisogno di noi, che vorrebbe vivere sogni con noi può "attendere prego".

Pensiamo a questa situazione in un rapporto di coppia.
Quanto può fare male vivere nell'attesa?
Quanto può ferire e demolire il non ascolto (non dico la costruzione) di un sogno che l'altro vorrebbe condividere con noi?
Quanto può farci sentire soli il fatto che cose o altri siano prioritari per chi amiamo e dice di amarci a sua volta?

Sento storie di donne, perché siamo soprattutto noi a vivere questo dislivello, che a cose importanti - come il desiderio di una famiglia - ricevono uno o tutti e tre i no sopracitati.
Mi chiedo: se non ora quando? Quanto tempo pensiamo di avere ancora a disposizione, che rimandiamo e ci dimentichiamo di chi abbiamo vicino?

Il tempo è oggi, ora, il presente. 

Un tempo che non tornerà e che potremmo rimpiangere.
Tempo che perdiamo e che potrebbe non regalarci sogni da realizzare.
Tempo che cediamo alla paura e non alla vita.
Proviamo a non dire "no, ora non é il caso", eviteremo di demolire chi vi sta vicino.
Prendiamoci piuttusoto cura di chi in quel momento ha bisogno semplicemente del nostro ascolto, dandogli un po' di tempo. Ne Usciremo edificati.



venerdì 7 luglio 2017

Ho visto due ragazzi che si amavano


Mercoledì pomeriggio sono tornata da Roma. Sono rientrata a casa, ho fatto la doccia e sono uscita di nuovo a passeggiare per le ridenti vie al catrame del mio quartiere.
Sono andata al parco.
Ho camminato, ma era caldo e mi sono seduta su una panchina (saranno forse i trent'anni che si fanno sentire?!)

Lì il mio sguardo si è fermato su due ragazzi uno di fronte all'altro, poco lontani da dove mi ero seduta.
Hanno subito catturato la mia attenzione per la dinamica in cui erano coinvolti.
Lui - sguardo profondo - provava a parlarle, lei ricambiava con occhi da fera.
Ho pensato "caro mio, adesso te le fa pagare tutte: dal principio ad oggi. Buona fortuna!"

Ho continuato ad osservarli.
Sguardo profondo ha provato ad avvicinarsi a lei in mille modi.
Occhi da fera proprio impassibile. Penso avrà detto una decina di NO con le braccia incrociate.

Mi sono chiesta se fossero amici, se stessero insieme, che facessero, quanti anni avessero, perché lei fosse così dura con lui, chi avesse ragione chi no.

Ne frattempo che volavo con le domande, i due miei oggetti dell'osservazione avevano smesso di parlare. Erano però sempre uno di fronte all'altro, vicini. Di quella vicinanza che ti puoi toccare ma non riesci a sentire il respiro dell'altro.

Ho capito allora che fra loro c'era qualcosa.

Sguardo profondo ha guardato occhi di fera.
La guardava e gli diceva tutto quello che prima con le parole non era riuscito a dire.

Occhi di fera allora ha sciolto le braccia e gli ha permesso di avvicinarsi.

Lui si è avvicinato piano e gli ha preso il viso fra le mani.
Lei gli ha preso le mani.
Si sono scrutati l'anima.

Ed io mi sono commossa 
perché dove non arrivano le parole arrivano i gesti,
perché lui è stato tenace,
perché lei si è difesa, ma lo ha lasciato entrare,
perché si sono sentiti prossimi,
perché sono rimasti.

Perché semplicemente ho visto due ragazzi che si amavano.










mercoledì 12 aprile 2017

Dimmi che mi ami

Dimmi che mi ami e ti ho dato il mio lato amaro.
Dimmi che mi ami e mi hai dato il tuo silenzio.
Dimmi che mi ami e mi hai detto vai, sei libera.
Dimmi che mi ami e ti ho detto, ora no ho da fare, devo lavorare.
Dimmi che mi ami e dammi la tua parte più dolce.
Dimmi che mi ami e ci si usa.
Dimmi che mi ami e ci si odia.
Dimmi che mi ami e ci si brucia.
Dimmi che mi ami e non ti ho risposto.
Dimmi che mi ami e non mi ascolti.
Amami o faccio un casino.
Dimmi che mi ami e non escono le parole.
Dimmi che mi ami e le barriere si infrangono, il tempo si espande, le pupille si dilatano.
Dimmi che mi ami e prendimi l'anima.
Dimmi che mi ami ed é rabbia.
Dimmi che mi ami e ci percepiamo.
Dimmi che mi ami e sono girasoli.
Dimmi che mi ami e ci svuotiamo.
Dimmi che mi ami e guardami.
Ma i tuoi occhi sono stanchi ed i miei sono bui.
Dimmi che mi ami e siamo al mare.
Mi regali una rosa.
So che odi i fiori, dici.
Io taccio e ti guardo con i miei occhi neri come la pece.
È come te: bella e piena di spine che fanno molto male. Ma le rose se sapute cogliere sono incantevoli.
Taccio e piango.
Non so dire "ti amo", non so abbracciare.
"Ti amo e non dire niente, va bene così".
Dimmi che mi ami ed insegnami l'amore.
 

venerdì 16 dicembre 2016

"Indovina chi": le cinque domande del disagio

1) "Ci conosciamo?"
- No, forse, non so.
2) "Dove ci siamo già visti?"
- Non lo so, non ricordo.
3) "Mi ricordo il tuo volto".
- Io no, perdonami.
4) "Hai un viso familiare."
- Tu per me non tanto.
5) "Il cognome non mi è nuovo".
- #esticazzi.
Ognuno ha le sue domande dell'imbarazzo e del disagio, le mie sono queste cinque alle quali rispondo sempre come sopra, tranne che all'ultima in cui  "#esticazzi" non è verbalizzato, ma molto spesso pensato.
Quando incontro qualcuno e quel qualcuno dice di conoscermi, state pur sicuri che io di lui non ricordo l'esistenza.
Inizio con il far finta di ricordarmi dell'interlocutore con cui sto parlando, ma già da quando lui pronuncia il "ciao" tutto il mio volto assume la forma di un grande punto interrogativo.
Lo capiscono sempre che non li ho riconosciuti, perché Dio ha ben pensato di donarmi il dono della mimica facciale incontrollabile, nel bene e nel male, che fa capire benissimo agli altri cosa sto pensando, ad esempio "non so chi tu sia ma, va tutto bene carissimo/a, inizia pure con la top five delle domande!". 
Mi leggono nel pensiero ed attaccano subito con il question time.
Meraviglioso momento di disagio.
"Ma dai non ti ricordi di me?"
No, non mi ricordo sennò non stavamo qui a fa tutta sta piva.
Fatto sta che nonostante mi spieghino la genesi del dove ci siamo conosciuti io non riesco a ricollegare, ho tipo un pannello nero con scritta bianca che naviga nel cervello e dice " a destra per figura di merda; a sinistra per fuga con figura di merda annessa".
Mi sembra proprio di giocare ad "indovina chi".
La cosa peggiore é quando incontro degli avversari di "indovina chi" che affermano "mi sembra di conoscerti, dove ci siamo già visti?"
Panico.
Inizia la centrifuga di pensieri:
- se lo sapevo te lo dicevo.
- Di quale vita starà parlando?
- In quale situazione deplorevole mi avrà visto?
Spero sempre che sia la vita giusta e il contesto azzeccato, perché  se per ipotesi mi avesse incontrata dieci anni fa, il bene supremo per tutti é chiamare a rapporto la voragine risucchiatrice ed evitare una figura di merda esponenziale.
Generalmete parto con elenco di opzioni che quasi mai porta a risultati.
Mi sento come se facessi un test di resistenza.
La persona deve capirlo e continua con le domande.
Ho la sudorazione mentale ed organica interna.
Ma niente si continua con "Avevi gli occhiali? Il cappello con il fiore? Il rossetto?".
"Ah ma dai, tu stai cercando Claire! Non sono io".
L'ho scampata, almeno per questa partita. 
Aspetto la prossima, non con ansia.







martedì 13 dicembre 2016

Ci sono mamme come me

Ci sono mamme come me, che escono alle 18.00 dal lavoro e corrono a recuperare i figli in qualche parte del globo. Donne consapevoli che essere madri, in più lavoratrici, vuol dire essere sempre a rischio.
Rischi di vario genere, natura, entità, frequenza che spuntano da ogni dove. Alcuni li preveniamo, ma altri nonostante il duro allenamento diventano spesso dei veri e propri "allarmi rossi".
La tipica situazione del passaggio da rischio ad allarme rosso è legata al frigo che scopriamo di avere vuoto appena rientrate a casa. Infatti, dopo aver circumnavigato la terra ed essere riapprodate a casa con i figli attaccati al braccio e/o al collo come degli scimpanzè, la borsa pesante e piena di roba che in confronto quella di Mary Poppins è equiparabile ad un sacchetto di caramelline, la borsa con i documenti del lavoro che cerchiamo di salvare, i giochi dei nani che  spuntano anche dalle orecchie, andiamo dritte ad aprire il frigo per preparare la cena e constatiamo che dentro ci aleggia il NIENTE.
Ci sono mamme come me, che nonostante il frigo non offra nulla per la cena  lo guardano e osservano intensamente, fino a che il coso freddo non urla "guarda sto cazzo, che tanto da mangiare non ci sta!".
Alle mamme come me succede di rimanere con il frigo che ti ride alle spalle ogni volta che i mariti sono fuori per lavoro o rincasano tardi. Ci si può rimettere l'orologio.
Le mamme come me si sforzano di trovare un Piano B che è però sempre lo stesso. Il piano B approda alle nostre menti come un pensiero salvifico composto da un M gialla con un rettangolo rosso sotto.
"Bambini, non vi preoccupate, stasera tutti a mangiare al McDonald's!"
Gioia, Gaudio e tripudio per  loro.
Cena risolta e bocche sfamate, per le mamme come me.
Al cubo di legno con la scritta gialla e il rettangolo rosso attaccato, ogni volta che vado (non spesso per fortuna ma succede, come ieri sera) incontro mamme come me.
Mamme sposaste, single, accompagnate, in qualsiasi condizione con la tuta, con il tacco, con i jeans o con la gonna, senza mariti o compagni, madri che non intendono farsi disarmare da un frigo vuoto, che cercano rifugio dalla stanchezza della vita. Una vita fatta di ritmi frenetici dove respirare sembra un'impresa e non essere giudicate un miracolo.
Mamme come me, diverse dalle proprie madri, che non avrebbero mai permesso di non far trovare un pasto caldo sulla tavola ai figli, ma non per questo di meno valore, perché tutte le madri sono animate da una cosmica energia e tenace follia che non le disarma e le fa dire "questa sera bimbi serata romantica al McDonald's con mamma, perché la disagiata non ha avuto tempo di fare la spesa!".