mercoledì 12 aprile 2017

Dimmi che mi ami

Dimmi che mi ami e ti ho dato il mio lato amaro.
Dimmi che mi ami e mi hai dato il tuo silenzio.
Dimmi che mi ami e mi hai detto vai, sei libera.
Dimmi che mi ami e ti ho detto, ora no ho da fare, devo lavorare.
Dimmi che mi ami e dammi la tua parte più dolce.
Dimmi che mi ami e ci si usa.
Dimmi che mi ami e ci si odia.
Dimmi che mi ami e ci si brucia.
Dimmi che mi ami e non ti ho risposto.
Dimmi che mi ami e non mi ascolti.
Amami o faccio un casino.
Dimmi che mi ami e non escono le parole.
Dimmi che mi ami e le barriere si infrangono, il tempo si espande, le pupille si dilatano.
Dimmi che mi ami e prendimi l'anima.
Dimmi che mi ami ed é rabbia.
Dimmi che mi ami e ci percepiamo.
Dimmi che mi ami e sono girasoli.
Dimmi che mi ami e ci svuotiamo.
Dimmi che mi ami e guardami.
Ma i tuoi occhi sono stanchi ed i miei sono bui.
Dimmi che mi ami e siamo al mare.
Mi regali una rosa.
So che odi i fiori, dici.
Io taccio e ti guardo con i miei occhi neri come la pece.
È come te: bella e piena di spine che fanno molto male. Ma le rose se sapute cogliere sono incantevoli.
Taccio e piango.
Non so dire "ti amo", non so abbracciare.
"Ti amo e non dire niente, va bene così".
Dimmi che mi ami ed insegnami l'amore.
 

venerdì 16 dicembre 2016

"Indovina chi": le cinque domande del disagio

1) "Ci conosciamo?"
- No, forse, non so.
2) "Dove ci siamo già visti?"
- Non lo so, non ricordo.
3) "Mi ricordo il tuo volto".
- Io no, perdonami.
4) "Hai un viso familiare."
- Tu per me non tanto.
5) "Il cognome non mi è nuovo".
- #esticazzi.
Ognuno ha le sue domande dell'imbarazzo e del disagio, le mie sono queste cinque alle quali rispondo sempre come sopra, tranne che all'ultima in cui  "#esticazzi" non è verbalizzato, ma molto spesso pensato.
Quando incontro qualcuno e quel qualcuno dice di conoscermi, state pur sicuri che io di lui non ricordo l'esistenza.
Inizio con il far finta di ricordarmi dell'interlocutore con cui sto parlando, ma già da quando lui pronuncia il "ciao" tutto il mio volto assume la forma di un grande punto interrogativo.
Lo capiscono sempre che non li ho riconosciuti, perché Dio ha ben pensato di donarmi il dono della mimica facciale incontrollabile, nel bene e nel male, che fa capire benissimo agli altri cosa sto pensando, ad esempio "non so chi tu sia ma, va tutto bene carissimo/a, inizia pure con la top five delle domande!". 
Mi leggono nel pensiero ed attaccano subito con il question time.
Meraviglioso momento di disagio.
"Ma dai non ti ricordi di me?"
No, non mi ricordo sennò non stavamo qui a fa tutta sta piva.
Fatto sta che nonostante mi spieghino la genesi del dove ci siamo conosciuti io non riesco a ricollegare, ho tipo un pannello nero con scritta bianca che naviga nel cervello e dice " a destra per figura di merda; a sinistra per fuga con figura di merda annessa".
Mi sembra proprio di giocare ad "indovina chi".
La cosa peggiore é quando incontro degli avversari di "indovina chi" che affermano "mi sembra di conoscerti, dove ci siamo già visti?"
Panico.
Inizia la centrifuga di pensieri:
- se lo sapevo te lo dicevo.
- Di quale vita starà parlando?
- In quale situazione deplorevole mi avrà visto?
Spero sempre che sia la vita giusta e il contesto azzeccato, perché  se per ipotesi mi avesse incontrata dieci anni fa, il bene supremo per tutti é chiamare a rapporto la voragine risucchiatrice ed evitare una figura di merda esponenziale.
Generalmete parto con elenco di opzioni che quasi mai porta a risultati.
Mi sento come se facessi un test di resistenza.
La persona deve capirlo e continua con le domande.
Ho la sudorazione mentale ed organica interna.
Ma niente si continua con "Avevi gli occhiali? Il cappello con il fiore? Il rossetto?".
"Ah ma dai, tu stai cercando Claire! Non sono io".
L'ho scampata, almeno per questa partita. 
Aspetto la prossima, non con ansia.







martedì 13 dicembre 2016

Ci sono mamme come me

Ci sono mamme come me, che escono alle 18.00 dal lavoro e corrono a recuperare i figli in qualche parte del globo. Donne consapevoli che essere madri, in più lavoratrici, vuol dire essere sempre a rischio.
Rischi di vario genere, natura, entità, frequenza che spuntano da ogni dove. Alcuni li preveniamo, ma altri nonostante il duro allenamento diventano spesso dei veri e propri "allarmi rossi".
La tipica situazione del passaggio da rischio ad allarme rosso è legata al frigo che scopriamo di avere vuoto appena rientrate a casa. Infatti, dopo aver circumnavigato la terra ed essere riapprodate a casa con i figli attaccati al braccio e/o al collo come degli scimpanzè, la borsa pesante e piena di roba che in confronto quella di Mary Poppins è equiparabile ad un sacchetto di caramelline, la borsa con i documenti del lavoro che cerchiamo di salvare, i giochi dei nani che  spuntano anche dalle orecchie, andiamo dritte ad aprire il frigo per preparare la cena e constatiamo che dentro ci aleggia il NIENTE.
Ci sono mamme come me, che nonostante il frigo non offra nulla per la cena  lo guardano e osservano intensamente, fino a che il coso freddo non urla "guarda sto cazzo, che tanto da mangiare non ci sta!".
Alle mamme come me succede di rimanere con il frigo che ti ride alle spalle ogni volta che i mariti sono fuori per lavoro o rincasano tardi. Ci si può rimettere l'orologio.
Le mamme come me si sforzano di trovare un Piano B che è però sempre lo stesso. Il piano B approda alle nostre menti come un pensiero salvifico composto da un M gialla con un rettangolo rosso sotto.
"Bambini, non vi preoccupate, stasera tutti a mangiare al McDonald's!"
Gioia, Gaudio e tripudio per  loro.
Cena risolta e bocche sfamate, per le mamme come me.
Al cubo di legno con la scritta gialla e il rettangolo rosso attaccato, ogni volta che vado (non spesso per fortuna ma succede, come ieri sera) incontro mamme come me.
Mamme sposaste, single, accompagnate, in qualsiasi condizione con la tuta, con il tacco, con i jeans o con la gonna, senza mariti o compagni, madri che non intendono farsi disarmare da un frigo vuoto, che cercano rifugio dalla stanchezza della vita. Una vita fatta di ritmi frenetici dove respirare sembra un'impresa e non essere giudicate un miracolo.
Mamme come me, diverse dalle proprie madri, che non avrebbero mai permesso di non far trovare un pasto caldo sulla tavola ai figli, ma non per questo di meno valore, perché tutte le madri sono animate da una cosmica energia e tenace follia che non le disarma e le fa dire "questa sera bimbi serata romantica al McDonald's con mamma, perché la disagiata non ha avuto tempo di fare la spesa!".



mercoledì 30 novembre 2016

A Maddalena

Cara Maddi,
questa notte ti ho sognata. Stavi nascendo, eri piccola, stavi sul palmo di una mano: eri prematura, troppo prematura. Ti chiamavamo, appunto, Maddalena.
Mi sono svegliata e non riuscivo a respirare, ho provato a svegliare papà, ma senza risultati. Mi sono riaddormentata dopo un po' ed era estate. Noi due con i tuoi fratelli stavamo in piscina a casa dello Zio Federico, la casa nuova in cui andrà ad abitare fra poco.
Maddi ti ho sognata e tu sei la figlia che io ho paura di avere. Con papà spesso parliamo di avere un altro bambino, ma poi taglio corto dicendo che ancora non me la sento, perché non voglio che si ripeta quello che è successo a tua sorella Margherita.
Maddi Maddi, la mamma trema al pensiero che un'altra bambina possa rischiare di morire ed allora preferisce non fare, non osare e a volte non pensare.
Non sporcarsi le mani è una via mediocre, la mamma lo sa.
La mamma invidia tutti quei genitori che hanno il coraggio di riprovare nonostante il dolore sperimentato, di mettersi nelle mani di Dio fidandosi. Dio perdonerà una figlia  che non riesce più a fidarsi, perché nessuno può confermarle che quello che è successo a Margherita non si ripeterà più. Nessuno lo dice, perché la possibilità non é esclusa.
 La mamma si chiede spesso come facciano le coppie con un vissuto doloroso a riaprirsi alla vita.
Cara Maddi, non sai la sofferenza che abbiamo vissuto, sperimentato, quante ferite, quanta solitudine, quanto non amore, quante lacrime, quante parole non dette, quante grida silenziose sono passate sulla pelle della mamma e del papà quando Margherita stava male. 
La vita, però, riserva grandi sorprese ed alla fine tua sorella ce l'ha fatta: è il nostro piccolo miracolo. Chissà Maddi se tu sarai il prossimo?
I tuoi fratelli ti aspettano, chiedono un fratellino, Edoardo, ma credo che una sorella o un fratello siano, a prescindere dal sesso, un grande dono e una grande ricchezza, per tutta la vita. I tuoi fratelli sono molto affiatati, estremamente diversi, molto affascinati per i loro caratteri, ma hanno un particolarità che li rende meravigliosi ai miei occhi: riempiono di amore la nostra famiglia sgangherata. Nei loro pensieri già esisti e ti amano.
La mamma ha solo da imparare dai tuoi fratelli e dal papà - un uomo di grande cultura e di amore perseverante.
La mamma spera di poter rompere le porte della paura e di poter accendere le lanterne della speranza. 
Maddi se un giorno arriverai ti chiamerai Celeste o Edoardo, ma se così non fosse spero che  l'amore che provo per te ti possa arrivare dalle braccia di un'altra mamma.

venerdì 18 novembre 2016

Questa notte il mio cuore mi è venuto a cercare

Alle 3.00 questa notte il mio cuore mi è venuto a cercare.
Faceva male, si capiva che la sua meccanica si era inceppata.
Andava forte, andava piano.
Eravamo io, il mio cuore ed un letto freddo.
Sto per morire, ho pensato.
"Ma che cazzo dici" ha risposto il cuore - "che non lo sai che sono difettoso?"
Da quando so che ho un problema al cuore, lo immagino come un orologio con le lancette.
"Serve un orologiaio", gli ho detto, "chiamo l'orologianza, l'ambulanza degli orologi?"
Non ha risposto. Era troppo concentrato sulle sue meccaniche, per ottimizzare al meglio le forze.
Maledetto archibugio.
Siamo rimasti così in silenzio, io ed il mio orologio.
Ormai erano le 3.40 e sentivo le sue lancette impazzite.
Mi sono messa a piangere, nella solitudine di una notte.
Ho pianto un po' e poi l'orologio si è di colpo assestato.
Le sue lancette sono ritornate a battere normalmente.
Ho respirato forte.
Ce l'abbiamo fatta, anche stavolta.
"So di averti fatto male", ha sussurrato.
"No, ma si figuri eh, faccia pure che io mi diverto".
"Fai poco la spiritosa, ti son venuto a cercare stanotte, perché potessi gridare, ingrata".
Pure ingrata.
"Che gridare e gridare! Non avevo manco il fiato!"
"Ti sono venuto a cercare per ricordarti che è il caso che ricominci a donare te stessa senza pensare alle conseguenze, che ti riapra un tantino alle emozioni del mondo".
Tutto sto casino per sentire; non si poteva trovare un altro modo, meno invasivo?
L'ho mandato affanculo minacciandolo che se ci riprova lo porto a Porta Portese e lo baratto.
Su una cosa ha ragione: quando ho pianto ho sentito di essere ancora viva. Stanotte ho viaggiato sui binari della paura e ho provato una gran voglia di vivere, non di sopravvivere.



domenica 13 novembre 2016

Una ragazza fastidiosa

Con il tempo ho maturato una certa repulsione per le "avversative", per il semplice fatto che la gente ne abusa sottolineando in maniera spropositata situazioni in contrasto con quanto affermano nella frase precedente o con quanto ci si aspetterebbe in base ai comportamenti comuni. Provo fastidio sopratutto per le "coordinate avversative", quelle introdotte dai "ma" e dai "però".
Questo fastidio nasce nel giorno in cui mia mamma tornó dal primo colloquio con le mastre a scuola.
Ancora me lo ricordo, mi aveva lasciata a casa con mio fratello e mia zia. Io non vedevo l'ora che tornasse perché volevo sapere se la mia diligenza nello studio fosse degna di essere lodata.
"Allora mamma che hanno detto le maestre?" - chiedo in un inverno del '93.
"Dicono che sei brava, ma che piangi troppo.Sei un po' piagnona vero'".
Lo disse ridendo mia mamma. Dentro di me saliva una voglia di urlare che io piangevo perché non riuscivo in alcune cose, che era frustrante avere un nome e cognome lungo e che volendolo scrivere bene, preciso e perfetto, ci mettevo tanto tempo, mentre gli altri erano rapidi rispetto a me.
I colloqui con i miei insegnanti sono stati un fiume di avversative: "la ragazza è brava, ottimi risultati, ma...".
Ci dovevano mettere sempre qualcosa del mio carattere: è permalosa, si offende, piange se prende 5.
Ditemi voi poi, cosa c'entra infilare una cosa relativa alla sfera personale se stiamo parlando di rendimento.
"É brava, va bene a scuola". Punto.  Bastava finire la frase così, per poi iniziare un altro discorso. Come se l'esser brava a livello scolastico dovesse andar di pari passo con un carattere o un modus operandi diligente.
I colloqui alle superiori li faceva sempre mio papà. Un modo per essere presente nella mia vita, dopo 15 anni di assenza per motivi di lavoro.
Un'insegante gli disse: "su Veronica niente da dire, guardi il registro, ma ha un carattere!"
Eh già il carattere é direttamente proporzionale all'andamento: bravo a scuola=ragazzo perfetto. Inoltre, anche su questo termine "bravo" vorrei farci una riflessione prima o poi. Qui lo useremo   in maniera impropria (cosa significa essere bravo veramente?).
Quando papà é tornato da quel colloquio mi ha fatto sedere in cucina, mentre la mamma stava preparando la cena e disse:
"senti Vero', mo fai 18 anni, non ci siamo riusciti fino ad ora a contenere alcuni lati del tuo carattere, non credo ci riusciremo più. Per cui ti dico, ricorda sempre che ci vuole: educazione, rispetto e diritti. Scegli tu in che ordine metterli".
Questo ricordo é tutt'oggi accompagnato dal profumo di frittata che mamma fece quella sera.
Mio padre in quasi 30 anni di vita non ha mai pronunciato la parola "brava" in mia presenza, ma mi ha donato qualcosa che vale molto di più: la chiave per indirizzare alcuni aspetti del mio carattere. Il segreto regalatomi è riassumibile in "combatti per il rispetto dei tuoi diritti con educazione".
Ancora oggi, mi sento dire "sei brava,ma" e dentro di me rido perché so di essere  brava, ma fastidiosa. Do fastidio perché non mi piego e perché parlo chiaro. Hanno provato in molti a farmi smettere di essere fastidiosa, ma neanche i miei sono riusciti in questa impresa. Sappiate quindi che continuerò a darvi fastidio.

sabato 22 ottobre 2016

Bacio chiesto o rubato?

Una inflazionatissima pubblicità si concludeva con lo slogan "un bacio è qualcosa di più". Proprio così, che sia vero o di cioccolata il bacio esprime sempre una forma di contattato fisico.
Ora l'arte e la letteratura hanno dedicato opere e testi all'arte del bacio e del baciarsi.
Sembra però che non ne abbiamo tratto un minimo di insegnamento e vista la situazione attuale sono sicura che molti di questi autori si stiano rivoltando nella tomba, chiedendosi il perché il genere umano si sia tanto rincretinito.
Da miei recenti studi, nati dalle conversazioni con amiche single, sembra che fra il genere maschile sia nata una nuova corrente ovvero quella del "Scusi lei, posso baciarla sì o no?".
Corrente che si fonda su una cattiva interpretazione della canzone di Battisti che faceva "Scusi lei mi ama o no?" - sennò non si spiega.
Ebbene sì nel 2016 dovete, care le mie signorine, fare i conti con la possibilità, più o meno elevata, che nel momento clou di un appuntamento, quello con cui siete uscite possa farvi la fatidica domanda "posso baciarti?".
Ecco io vi avverto l'effetto che si scatenerà è quello che si chiama "effetto prugna secca", vi si prosciugherà qualsiasi desiderio, anche quello più remoto. Ve ne vorrete solo andare, chiedendovi dove siano finiti quei maschi che stropicciano e  baciano senza neanche lasciar respirare (esseri rari ultimamente, a quanto pare).
Il mio consiglio spassionato è: andatevene via e lasciatelo lì come il peggiore dei baccalà imbalsamati, così capirà bene che la risposta è No e soprattutto che i baci non si chiedono, si danno.
Voglio spendere due parole anche per i ragazzi che aderiscono a questa corrente: come vi è venuto in mente di anteporre una domanda ad un momento come quello del pomiciamento? Volete restare single per tutta la vita?! Se la risposta é no, fidatevi di me, andate a riscoprire quell'uomo con la clava che abita da qualche parte dentro di voi, togliendovi questo inutile e controproducente eccesso di zelo.
Sono sicura che non mancherete il besaglio!